NOTIZIEITALIANE.EU · EDITORIALE
Sono davvero giovani rivoluzionari?
La protesta può cambiare una società. La distruzione, da sola, lascia soltanto il conto da pagare. In Italia e in Europa la sfida è trasformare la rabbia in partecipazione, proposte e responsabilità.
Una vetrina infranta non è un programma politico. Un banco distrutto non migliora una scuola. Un sasso lanciato contro una persona non rende più giusta una società. Chi presenta questi gesti come una rivoluzione dovrebbe spiegare quale futuro costruiscono, per chi e con quali risultati.
La domanda del titolo riguarda chi sceglie la violenza, non un’intera generazione. Esistono giovani che studiano, lavorano, fanno volontariato, partecipano alla politica e manifestano pacificamente. Metterli sullo stesso piano di chi devasta sarebbe ingiusto e renderebbe meno credibile la critica.
L’Italia delle piazze: distinguere è indispensabile
Le cronache di Milano del 17 ottobre 2026 descrivono lanci di oggetti e bombe carta, scontri con le forze dell’ordine e danneggiamenti durante una manifestazione contro carovita, bassi stipendi e problemi dei servizi pubblici. Sono comportamenti da condannare e responsabilità da accertare individualmente, senza trasformare la partecipazione a un corteo in una colpa collettiva. [1]
La stessa città offre un’altra immagine: il 24 ottobre, RaiNews ha raccontato un corteo di circa diecimila persone, prevalentemente pacifico, arrivato al Politecnico. Questo confronto conta: si può contestare con forza senza devastare. La violenza non è il destino inevitabile della protesta. [2]
In Europa il disagio è reale. Non è una giustificazione per tutto
L’indagine del Parlamento europeo sui giovani, svolta nel 2024 e pubblicata nel 2025, indica nel rincaro dei prezzi e nel costo della vita una preoccupazione per il 40% degli intervistati tra 16 e 30 anni. Non è un dato sulla violenza: è un’indicazione dei problemi che la politica deve affrontare. [3]
Affitti, lavoro, istruzione e servizi sono terreni concreti di confronto. Le risposte coinvolgono livelli diversi: comuni e regioni, governi e parlamenti nazionali, istituzioni europee. Trattarli come un unico nemico indistinto impedisce di capire chi decide, quali risorse possiede e a chi chiedere conto.
Una protesta sulla casa dovrebbe interrogare le politiche abitative, l’offerta di alloggi e il diritto allo studio. Una protesta sul lavoro dovrebbe confrontarsi con salari, contratti, produttività e distribuzione delle risorse. Una protesta sulla sanità dovrebbe entrare nel merito di finanziamenti, personale e organizzazione dei servizi. Sono questioni difficili, che non si risolvono scegliendo un bersaglio da colpire.
Comprendere le ragioni del malessere è necessario per governare. Usarle come assoluzione preventiva di aggressioni e distruzioni significa rinunciare alla responsabilità. Una causa giusta non rende automaticamente giusto qualsiasi mezzo.
Le scuole si difendono anche proteggendole
I problemi dell’edilizia scolastica non sono un’invenzione degli studenti. Il rapporto Ecosistema Scuola 2026 esamina dati del 2025 relativi a 7.188 edifici di competenza comunale, tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. È un campione con un perimetro preciso, non un censimento di tutte le scuole italiane, e documenta criticità e differenze territoriali. [4]
Proprio per questo, quando una mobilitazione danneggia aule, servizi o attrezzature, contraddice la richiesta di una scuola migliore. Il danno ricade sugli altri studenti, sul personale e sulla collettività. Non occorre attribuire questi comportamenti a tutti gli occupanti o a tutte le proteste per riconoscere una contraddizione evidente.
Una contestazione utile può documentare le criticità, chiedere un sopralluogo, individuare l’ente competente e pretendere un calendario pubblico degli interventi. Può organizzare un confronto con tecnici, amministratori e rappresentanti degli studenti e verificare se gli impegni vengono rispettati.
Chiedere scuole sicure è una battaglia civile. Danneggiarle la indebolisce.
Sono davvero lontani dalla politica? I dati impongono precisione
Dire che i giovani non partecipano mai è smentito dai numeri. Secondo Eurostat, nel 2025 il 24,3% dei giovani europei tra 16 e 29 anni ha svolto attività civiche o politiche online; in Italia la quota è del 30,9%, contro il 24,5% della popolazione complessiva. L’indicatore comprende espressione di opinioni e partecipazione a consultazioni o votazioni online: non misura l’iscrizione ai partiti né dimostra un impegno continuativo. [5]
Il punto, allora, è trasformare l’interesse in capacità di incidere. Informarsi, verificare un’affermazione, leggere un bilancio, organizzare un’assemblea, confrontare alternative e seguire una decisione richiede fatica. Uno slogan può aprire una discussione; non può sostituirla.
Partecipare non significa soltanto aderire a un partito. Significa anche votare, fare sindacato e volontariato, lavorare in un’associazione, rappresentare gli studenti, presentare una petizione o contribuire a un progetto locale.
Chi critica le istituzioni può legittimamente volerle cambiare: deve però misurarsi con le idee degli altri e con gli effetti delle proprie proposte. Rifiutare ogni confronto e considerare chiunque dissenta un nemico non prepara una società più libera.
La democrazia ereditata non è un bene usa e getta
La democrazia italiana nasce anche dal sacrificio di chi si oppose al fascismo e all’occupazione nazista, dalla Resistenza e dalla costruzione costituzionale. Il dopoguerra ha conosciuto ricostruzione, ampliamento dei diritti e crescita del benessere, insieme a disuguaglianze e conflitti che non vanno cancellati dal racconto.
Scuole, servizi pubblici, tutele e libertà non sono comparsi da soli. Dietro ci sono lavoro, lotte, contributi economici e responsabilità assunte da generazioni di persone. Ricordarlo significa dare un valore a ciò che si eredita e comprendere che mantenerlo richiede impegno.
Questa memoria non chiede obbedienza alle nuove generazioni. Chiede di riconoscere il valore delle libertà che permettono di dissentire e di assumersi il compito di migliorarle.
Occorre però evitare una scorciatoia: non tutti i giovani che vivono con i genitori sono privilegiati o disimpegnati; non conosciamo la storia familiare di chi vediamo in piazza. La critica deve colpire le condotte, non inventare biografie. La responsabilità personale si misura nei comportamenti, non nell’età o nel conto in banca della famiglia.
Il Sessantotto non può diventare un alibi
Il Sessantotto fu una stagione complessa di contestazione, mobilitazione e trasformazione culturale. Non fu soltanto distruzione, né un’esperienza uniforme e priva di contraddizioni. Richiamarlo seriamente significa interrogarsi su idee, organizzazione, conflitti e cambiamenti prodotti, senza confonderlo con ogni successiva forma di violenza politica.
Il paragone utile riguarda ciò che resta dopo una mobilitazione: una conquista, un’organizzazione, una proposta capace di durare. La sola intensità dello scontro non misura il valore di una battaglia.
Una generazione non diventa protagonista perché lascia più macerie, ma perché riesce a cambiare qualcosa nella vita delle persone.
Una sfida concreta a chi vuole cambiare il Paese
A chi si definisce rivoluzionario proponiamo un criterio esigente: individuare un problema, studiarlo, ascoltare chi ne è colpito, presentare una soluzione con costi e tempi, cercare consenso e rendere pubblici i risultati.
Non è una condizione per avere diritto di parola: è il passaggio necessario per trasformare una denuncia in cambiamento. Nessuno deve possedere una soluzione completa prima di poter segnalare un’ingiustizia. Ma chi vuole guidare gli altri deve accettare anche la fatica delle risposte.
Anche le istituzioni devono fare la propria parte: ascoltare, rispondere nel merito e spiegare scelte e ritardi. Il rifiuto della violenza non deve diventare il pretesto per ignorare le richieste pacifiche. La responsabilità riguarda tutti, compreso chi esercita il potere.
Contestare pacificamente, anche con energia, rafforza la democrazia. Distruggere beni comuni e aggredire persone la impoverisce.
La democrazia vive di confronto, opposizione, controllo e contrappesi. Non pretende cittadini silenziosi. Ha bisogno di persone capaci di contestare il potere, verificarne le decisioni e proporre alternative.
Se qualcuno approfitta di una manifestazione per rubare o danneggiare per divertimento, risponda di quelle azioni: chiamarle rivoluzione non le nobilita. Colpire e poi sottrarsi alle proprie responsabilità non dimostra coraggio politico.
Il coraggio è restare nel confronto, sostenere le proprie idee e lavorare per realizzarle. Chi vuole cambiare il Paese cominci da ciò che è disposto a costruire per gli altri.
Fonti e nota editoriale. Editoriale di opinione con riferimenti alle cronache di Sky TG24 e RaiNews, all’indagine del Parlamento europeo sui giovani, al rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente e ai dati Eurostat sulla partecipazione civica online. I collegamenti sono riportati nei riferimenti [1]–[5]. Le valutazioni distinguono i manifestanti pacifici dagli autori di violenze.